ANGELOS BRATIS: craftsman of dreams

Nel 2011, il giornalista di Vougue Mark Holgate ti ha definito “Un interessante manipolatore di abiti” Ti riconosci in questa definizione? Si, Assolutamente, i miei vestiti sono fatti per essere indossati. Lo dico sempre: non sono mai fatti per i giornalisti o per la stampa, sono fatti per le donne che vogliono uscire fuori.
Le mani di Angelo Bratis abili e sicure, accarezzano e scorrono veloci su stoffe e tessuti con sapiente
disinvoltura. La sua è una gestualità che incanta. Movimenti decisi che definiscono la bellezza quale frutto dell’abilità dell’uomo di trasformare un pensiero, creato con la mente, in qualcosa di unico, realizzandolo con le mani.
Angelos Bratis, classe 1979, giovane e già affermato stilista di origini greche formatosi nell’ampio respiro europeo è creatore di abiti dalle linee sinuose intrisi di femminilità ed eleganza realizzati con la tecnica del muolage ovvero la lavorazione del tessuto direttamente su manichino. Capi semplici solo all’apparenza, caratterizzati da una raffinata complessità che ne diviene marchio di fabbrica.
Così, nell’arco del suo palmo e nel movimento della sua falange sta il segreto del lavoro di questo artigiano di sogni. Bratis è un uomo piacevole e raffinato, ed incontrandolo, scopro anche pragmatico. Le sue risposte alle mie domande sono come i suoi vestiti: accurate ma essenziali. Senza sbavature e merletti. Non ama perdersi in chiacchiere o infarcire discorsi di concetti astratti. Cresciuto nella sartoria della madre, circondato da donne, Angelos non ha scelto di fare lo stilista. La professione è stata una conseguenza naturale delle sue inclinazioni e del suo talento, accresciuto negli anni e nel tempo confermato da continui successi. Giunto agli onori della cronaca nel 2011, con la vittoria del “Who Is On Next ?” progetto di scouting di talenti della moda organizzato da Altaroma e Vogue Italia, su di Angelos ha puntato l’occhio anche Giorgio Armani, che quest’ anno lo ha voluto ospite del suo Armani/Teatro di via Borgonuovo a Milano per presentare la sua collezione donna Primavera – Estate 2015.
Abilità innate, impossibili da apprendere e che il tempo e lo studio possono solo affinare.
Così per Bratis la moda. E’ una questione di sangue, come mi racconta lui stesso….

Cos’è la femminilità per te e come la rappresenti nei tuoi abiti?
Femminilità come concetto? Non lo so. Non ci ho mai pensato. Io vengo da una famiglia matriarcale dove sono le donne a comandare tutto. A partire da mia nonna. Sono cresciuto tra le donne e le donne per me non sono oggetti sessuali. Io penso alle donne come madri, amanti, sorelle, nonne. Allora non so darti una definizione di femminilità…Per me le donne sono un universo. Tu, per esempio, in questo momento per me sei molto femminile (conduco questa intervista incinta di otto mesi e mezzo). La femminilità è una cosa complessa…
E l’eleganza?
Anche questo è un concetto difficile da definire.
Difficile da definire e fluido come i tuoi abiti?
Esatto. Non è in effetti un caso che i miei abiti prendano la forma del corpo della donna e non il contrario. Normalmente tu entri nel vestito. Con i miei abiti invece è il vestito a prendere la forma del corpo.
Qual è l’oggetto più sensuale che una donna possa indossare?
Beh, direi le scarpe. Amo le scarpe alte, ma rigorosamente senza plateau.
Come credi sia cambiato il tuo lavoro con il tempo?
E’ diventato più particolare, ho iniziato con cose molto semplici. A me piace molto lavorare.
Io sono molto manuale. Non avendo l’esperienza provavo sempre cose da solo. Lavorando, queste cose sono diventate sempre più complicate. Trovando però la strada dentro il lavoro.
Se dovessi descrivere le tue collezioni in base cronologica – dalla prima all’ultima- quale evoluzione pensi abbia avuto il tuo pensiero..

Guardando le mie collezioni io vedo sempre la stessa cosa evoluta tecnicamente, raffinata e accresciuta nei dettagli, ma se si guardano i vestiti che ho disegnato quando avevo 18 anni, avrebbero potuto anche essere inseriti nella collezione di adesso. In un certo senso ho sempre avuto lo stesso stile.
A me piace tanto lavorare con i limiti e mettere limiti a me stesso. Se ho un metro e mezzo di tessuto di questa altezza, è da qui, da questo pezzo che deve arrivare il vestito.
Anche perchè se mi lasci libero, come quel capo (indica u n a capo della sua n u o v a collezione, ndr) ha 12 metri di tessuto dentro…e ovviamente avrà un costo molto alto e una tecnica difficile. Uno che è molto tecnico come me ha molta facilità a fare cose difficili per convincere la gente di essere bravo. Però queste cose non mi accontentano. Preferisco le cose più naturali, che non vuol dire semplici, ma più naturali.
Capi che diano l’impressione di essere nati da soli… con magari un drappeggio, una cucitura “non scontata”
Cosa intendi?
Intendo cuciture posizionate in un punto che non è quello che ci si aspetterebbe.. per esempio io non applico cuciture ai fianchi, che è una cosa che molti laboratori fanno. E questa è un po’ la mia magia.. ma già sto dicendo troppo…
Hai iniziato gli studi di moda ad Atene e successivamente ti sei spostato al Fashion Institute Arnhem, di Amsterdam. Due paesi molto diversi, la Grecia e l’Olanda, per storia e attitudini culturali. Cosa ha rappresentato nel tuo percorso professionale la differenza nell’approccio al fashion dei due paesi?
Sicuramente è stata una battaglia. Quando arrivai al “Fashion Institute Arnhem” di Amsterdam ero il primo studente internazionale. La linea seguita dal corpo accademico all’istituto era molto concettuale. Così, appena arrivato mi chiesero quale fosse “il mio concept ”. Io risposi “la bellezza”. E credo sia ancora vero oggi. Non mi interessa creare cose assurde. Io voglio fare cose femminili e belle. E in questo c’è sempre stato un conflitto. La verità però è che io sono una persona molto logica. Anche nei miei abiti c’è una logica e una matematica in virtù della quale non puoi spostare nulla, perché altrimenti cade tutto il discorso. Io uso la tecnica del mul ang e che ho imparato ad Amsterdam e che ha aperto il mio mondo.
L’esperienza olandese ha quindi permesso alla tua logica di trovare una propria espressione?
Si. E devo anche dire che sono stato molto fortunato perchè Angelique Westerhof, direttrice del Fashion Institute Arnhem è stata anche una mia sorella, madre, amica. Ho disegnato il suo abito da sposa, sono il padrino del suo bambino. Anche se olandese è molto mediterranea. Alla fine c’è sempre qualche donna accanto a me.
Nei tuoi vestiti però c’è un chiaro richiamo all’arte classica e quindi alla Grecia?
E’ vero ma non è voluto. E’ un istinto che diciamo esce fuori spontaneamente ma che in ultima analisi non c’entra. Se infatti vedi la struttura degli abiti capisci che non c’entra niente. Deriva completamente da un altro pensiero. In effetti lo dicono tutti e gli stessi buyer spesso dicono “noi vogliamo vestiti che richiamano la Grecia, che è quello più vicino a te”.
Tu sei cresciuto in una sartoria, questo ti ha permesso di sviluppare un approccio personale al fashion?
Si! Ma non è stata una scelta. Ero molto affascinato dal lavoro di mia madre. Poi ricordo che ero piccolissimo e tutti i suoi clienti chiedevano a me come era un vestito e io rispondevo “no, la vita deve andare più su, dov ete mettere le spalle più dentro,… perché non fate un contrasto di fodera,… perché non provate un altro tessuto… ” e loro seguivano sempre i miei consigli.
Cosa ti influenza maggiormente nella creazione delle tue collezioni?
Ogni cosa. Normalmente ad influenzarmi maggiormente sono i sentimenti. Anche per
quanto riguarda i colori: sono molto sensibile ai colori quindi quando vedi molto nero nelle
mie collezioni non sono molto in forma…
Invece la collezione che hai presentato a Milano all’Armani/Teatro lo scorso settembre è ricca di colori …
Si certo! (sorride, ndr). E questo significa che va tutto bene, oltre ovviamente al fatto che sento l’estate molto più mia dell’inverno.
Essere selezionato da Giorgio Armani è stata una grande responsabilità e un grande stress. Come lo hai gestito?

Beh, lo stress c’è ovviamente e più delle altre volte anche perché tutta la stampa in questo momento è concentrata su chi è lui, cosa fa, però io la prendo come una bella sfida…
Ok, ora c’è questa attenzione della stampa, vorrei che queste persone conoscessero chi sono io e cosa faccio. Ho quindi deciso di fare solo abiti corti, lunghi e caftani, e nessun capo spalla, nessun pantalone. Abiti per ogni tipo di corpo. E farlo più concentrato possibile, tagli sbiechi. Anche riproporre, in maniera più complessa e nuova, cose che ho fatto in passato per far capire in chiaro che cos’è Angelos Bratis.
Come è nata la collezione?
Beh, per la collezione estate donna 2015 mi sono ispirato al lavoro dell’artista greco Yannis
Moralis (pittore greco tra i più importanti dell’arte greca contemporanea, dopo aver fondato il gruppo Armos nel secondo dopoguerra, si dedicò successivamente a una severa pittura geometrica ispirata al costruttivismo e al Bauhaus, ndr), che era della scuola anni ’30. Mi sono ispirato ai lavori che ha fatto per diversi architetti, come per l’Hilton di Atene, alla facciata di marmo tagliato. Moralis nell’ ultima parte della sua carriera era giunto ad uno stile molto minimalista in cui rappresentava posizioni erotiche in modo lineare, Linee dritte e mezze curve. Tutta la mia pallet di colori arriva dai suoi dipinti, agli anni ’40/ ’60 in cui lavorava con colori pastello sporchi.
Hai quindi deciso di giocare “in casa”…
…ma anche di farlo in modo molto concentrato. Tutto è fluido, tutto è in movimento. Tutto è
light e le combinazioni di colori sono particolari. C’è tanta geometria, tanta matematica, e si: tanta Grecia… Ho deciso di mettere tutti i miei codici (sono 10 anni che lavoro) dentro questa collezione e farla come un fil rouge…
Quali tessuti hai scelto?
Ho usato tre basi: crêpe de chine, un cady di stretch di seta e un tulle di seta, quello che usa Hermes per i suoi foulard. Ho stampato enormi foulard, 1.70×1.40 con bordi blu in edizione limitata.
E come sempre hai usato tanto Moulage. Ma cosa significa lavorare al Moulage…
Lavorare al Moulage significa darsi tanto ma tanto da fare per scoprire ogni volta cose nuove. E’ una tecnica di lavorazione tale per cui io parto dal tessuto e dal manichino.
Ragioni subito in tridimensionalità?
Si, io lavoro molto come uno scultore.
E questo è sicuramente diverso rispetto al modo di lavorare tipico di uno stilista?
Beh, questo in effetti è più il lavoro di un modellista e di un couturier. L’unico stilista che fa questo lavoro è Azzedine Alaïa e Roland Mouret. Non ce ne sono altri. Galliano poi è il Dio del Moulage…

Intervista realizzata e pubblicata su PopDam, rivista di fotografia e moda

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Alice Tamburini: il minimalismo che aggredisce la materia

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La moda per Alice Tamburini è sinonimo di ricerca e sperimentazione.
Le sue collezioni sono pièce che “vanno messe in scena”. Il suo linguaggio la materia.
Sono questi gli elementi che descrivono l’identità stilistica di Alice, giovane architetto del paesaggio riminese di nascita ma milanese di azione, che nel 2011 ha dato vita al brand che porta il suo nome e che in meno di quattro anni ha già conquistato un posto di rilievo nel fashion italiano conosciuto nel mondo..

Intervista pubblicata su Popdam (Issue 10, giugno 2015)

Issue 10 | PopDam Magazine | Popdam Magazine

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L’information positive: le nouveau souffle du journalisme?

Giornalismo costruttivo e giornalismo positivo…
Ne parla Etienne Tellier in un interessante articolo sulle pagine di bluewin.ch

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Raccomandato a chi volesse esercitare il proprio francese…

En tant que déléguée du CICR, Isabelle Bourgeois a été dépêchée dans les zones de conflits les plus brûlants de la planète: le Kosovo, l’Ethiopie, l’Iran, l’Irak… Des années éprouvantes, dont elle garde pourtant de bons souvenirs: “Dans mes missions humanitaires, nous confie-t-elle, j’ai vu beaucoup plus d’élans de solidarité et de générosité que d’actes barbares isolés, cependant largement relayés par la presse sur toutes les chaînes!” A croire que les médias “oublient” délibérément tous ces gestes porteurs d’espoir.
Continua a leggere sul sito bluewin

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Il selfie di Renzi al Parlamento europeo

Per ora sono solo parole, si. Ma incoraggianti e responsabili. Parole che alzano in piedi un’aula e che piacciono.
Le sue parole fanno bene al nostro Paese (TUTTO) oggi chiamato ad un ruolo più responsabile in un’Europa dal volto stanco e rammaricato. Parole che ci rimettono sulla strada della credibilità, a lungo perduta. .. osserveremo criticamente l’operato del premier, tanto in corso d’opera quanto a fine lavori; ma chi oggi si lascia andare al sarcasmo, guarda più agli interessi di casa propria che ad un disegno comunitario.

Se oggi l’Europa si scattasse un selfie, che immagine verrebbe fuori?” E’ questa la domanda che il premier Matteo Renzi ha rivolto ai membri del Parlamento europeo, riuniti in sessione plenaria per il discorso di insediamento dell’Italia alla Presidenza del Consiglio d’EuropaDall’immagine di un volto stanco, rassegnato e annoiato parte la speranza di Renzi per un nuovo inizio europeo. Una volontà e un impegno necessari per dare  slancio al progetto europeo.

Così, davanti ad un Parlamento attento alle sue parole il premier ha presentato il documento “Europa un nuovo inizio” ovvero il programma che definisce l’agenda italiana alla Presidenza del Consiglio dell’Unione europea nel semestre appena iniziato (1 luglio) e che si concluderà il 31 dicembre 2014.
Il cambiamento di cui parla il premier è dipinto nei visi e scolpito negli animi di tutti i cittadini dei 28 Stati membri della UE…
(Continua a leggere su buonenotizie.it)

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Un bocciolo di rosa a Venezia: ecco come la Laguna celebra l’amore

Bocciolo di rosa a Venezia, l'amore in LagunaCosa rende Venezia una città unica? Certo, il romanticismo dei suoi canali e delle Calle, la sontuosità nei decori dei palazzi, la particolarità delle gondole e il folclore dei gondolieri, ma soprattuto l’intricato snodo di racconti e leggende legate agli usi e ai costumi degli abitanti di una delle Città più famose ed invidiate del mondo, per Secoli tra le più raffinate avanguardie d’Europa in ambito artistico, letterario e architettonico.
Narrazioni storiche e politiche che si mescolano a sublimi storie d’amore, di gelosia, di seduzione nate a filo d’acqua nella Serenissima. Una tra le più belle e struggenti, ancora oggi celebrata è quella tra la nobil donna Maria Partecipazio e Tancredi. La leggenda narra che nella Venezia 
dell’VIII sec,  Maria Partecipazio, figlia diletta del futuro Doge, si invaghì perdutamente di Tancredi, bello e arguto poeta. Purtroppo però, il travolgente amore sbocciato tra i due giovani era molto osteggiato dal padre di lei, restio a dare la figlia in sposa al giovane. La ragazza allora, credendo di trovare una soluzione all’ostinato diniego del padre nella gloria delle gesta belliche, suggerì all’amato di arruolarsi in Spagna  contro gli arabi. Disperato e pronto a tutto e con il cuore pieno di speranza, il giovane Tancredi partì per la guerra. Spinto dalla determinazione dell’amore, il giovane si distinse per coraggio e abilità su molti campi di battaglia. La fama delle sue gesta gloriose si sparse ben presto per il mondo e nella stessa Venezia, finché un giorno, la gloria lasciò il passo ad altre e ben più tristi nuove. Il compito di diffonderle fu affidato ad un gruppo di cavalieri Franchi guidati dal celebre Orlando. Il gruppo, giunto a Venezia, chiese di Maria. Rattristati le annunziarono la perdita del valoroso combattente. Le raccontarono che, ferito a morte in battaglia a Roncisvalle, Tancredi morente su di un campo di rose,  prima di spirare aveva colto un fiore e aveva pregato Orlando di volerlo portare alla sua amata. E questo egli fece. Maria ascoltò il racconto e al termine dello stesso le consegnò una rosa tinta del suo sangue. Il giorno dopo,  ricorreva la festa di San Marco. La città era in giubilo ma non ovviamente  la giovane, che fu trovata morta quello stesso giorno con l’insanguinato fiore sul cuore. Da questa storia di amore trae origine la tradizione di celebrare il patrono di Venezia a San Marco con un fiore – una rosa rossa – che da secoli ogni veneziano regala il 25 aprile alla donna amata.
Quest’anno, grazie all’iniziativa dell’artista veneziana Elena Tagliapietra e dello scrittore Alberto Toso Fei, la ricorrenza è stata celebrata con un  enorme bocciolo di rosa vivente, formato cioè da un nutrito gruppo di circa 1200 volontari che in piazza San Marco hanno composto il fiore in un grande quadro vivente. La performance degli artisti  rientra nell’ambito del progetto ‘Venezia Rivelata‘, ideato da Toso Fei e Tagliapietra: tredici appuntamenti in un biennio in altrettanti luoghi della citta’, fatti del racconto delle tradizioni e degli aneddoti legati al passato della Serenissima e accompagnati da performance artistiche ogni volta diverse.

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A colloquio con Giovanni Gastel, l’ultimo dei gentiluomini

Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista di moda Popdam

 

Un uomo asciutto e slanciato entra nella stanza da una porta nascosta da un’enorme libreria a tutta parete, gremita di pregiati volumi. Incede con eleganza e senza fretta. Lo guardo avanzare, è perfettamente a proprio agio negli ampi spazi di questo raffinato studio -rifugio -laboratorio milanese in zona Tortona.
D’improvviso allarga le braccia e, come fosse da solo al centro di un proscenio, declama con tono trionfale “Eccomi a voi, donne”.
Lo guardo, tra l’irritato e lo stupito. Abbozzo un sorriso e inarco leggermente il sopracciglio. Lui rimane impassibile, allontana la sedia dall’ampio tavolo finemente intarsiato stile decò e, sollevando il lembo dei pantaloni chiari, si accomoda. Comincia così la conversazione con Giovanni Gastel.
L’esordio del nostro incontro mi lascia un po’ spiazzata, ma non ci metto molto a realizzare che la persona che mi trovo di fronte non è in realtà uno spiritoso e spavaldo fotografo di moda. La maschera, finzione scenica dell’artista restio a manifestare la sua vera natura al primo momento, cade subito. Scopro presto che dietro all’apparenza d’altero professionista del lusso, compiaciuto e distratto da tutto, attratto dalla superficie delle cose, c’è ben altro. La grazia dell’animo di Gastel si palesa dapprima nelle sue movenze raffinate e nella voce dai toni gentili (seppur intervallata, all’occorrenza, da un confidenziale e molto alto borghese turpiloquio, come d’altronde tradizioni vuole) che ne mettono in evidenza gli aristocratici natali.
Ma è poi l’incontro con l’uomo a rivelarne la vera natura. Giovanni Gastel è un gentiluomo dal forte senso d’appartenenza all’alto rango, animato da una sublime idea della donna, filtrata dal suo occhio attraverso una lente di sensualità ed eleganza più tipica di altri tempi che della contemporaneità. La donna per Gastel è una regina della eros velato, concetto diametralmente opposto alla volgarità; la sua è una dama del decoro e dell’eleganza (parola, quest’ultima, che rientra a pieno titolo nel vocabolario gasteliano), rispettosa di se stessa e della sua immagine del vivere sociale. Ascoltandolo parlare e guardandolo in viso attentamente, l’idea è quella di un uomo dalla personalità complessa e garbata, dallo sguardo lontano ma non assente. Prestato alla moda più che nato per essa. Per quanto appaia soddisfatto (e come potrebbe non esserlo) dei propri traguardi professionali, Gastel ma non è mai del tutto appagato del suo lavoro. Geloso custode della propria coscienza, sembra un fragile abituato a fare il forte. E’ un uomo dalla forte sensibilità artistica e poetica, da tempo infatuato della parola e dei versi, che scrive e recita fin da giovanissima età. Curioso verso un mondo che, per sua stessa ammissione, dice di non capire molto, ma che accetta con filosofico distacco, guardandolo di lontano, più spettatore che protagonista.
Come tutti i membri di una certa borghesia italiana (Giovanni è figlio di Ida Pace Visconti di Modrone, sorella del celebre Luchino regista, nipote di Carla Erba, figlia del fondatore dell’omonima casa farmaceutica, la più antica d’Italia) ama parlare della sua famiglia e dell’influenza che questa ha avuto nella sua formazione e nella vita adulta. Famiglia che lo ha inquadrato fin da giovane in determinati ruoli, verso cui nutre un forte senso di responsabilità che sembra accompagnarlo sempre, lasciandolo libero, forse, solo nel momento in cui si trova dietro un obiettivo.

A colloquio con Giovanni Gastel, foto di Daniela Ieraci

 

In che rapporto sei con il presente?

Lo capisco poco. Ma sono dell’opinione Voltaireana che “viviamo nel migliore dei mondi possibili”. Non ho niente contro il mondo attuale. Ha ragione di esistere, anche se io non ne capisco del tutto le logiche. Non mi reputo un nostalgico di altre epoche.
Sono però il settimo figlio di genitori piuttosto maturi che mi hanno allevato per un mondo che poi non ho trovato. Ma va bene così, perché questo mi ha spinto a chiudermi in un posto e reinventarmi uno spazio che fosse solo mio.

Un modo piuttosto introspettivo di vivere un lavoro – quello del fotografo di moda- che invece si nutre delle scintille del jet set modaiolo

Credo che i due aspetti possano in qualche modo equilibrarsi e convivere. 
Sinceramente poi non mi piace ragionare per categorie. Una volta Germano Celant (celebre curatore, critico d’arte e teorizzatore del concetto di arte povera, amico personale di Gastel, per il quale ha anche curato diverse mostre, ndr) una volta mi disse: “Giovanni, dovresti smetterla di definirti come fotografo di. Tu sei un fotografo. Punto. Poi sta a te fotografare quello che vuoi”.
Ebbene questa frase, per quanto in effetti sembri piuttosto scontata, mi fece molto riflettere e arrivai alla conclusione che aveva ragione. Io sono un fotografo, ovvero uso la fotografia come linguaggio e poi dirigo l’obiettivo dove voglio. Ammetto che questa considerazione mi ha aperto a moltissime possibilità. Recentemente, ad esempio, ho realizzato un reportage sulle eccellenze italiane. Il reportage certo non è il mio terreno ma credo sia bello potersi misurarsi con altri ambiti.

Un vero esploratore. E non solo di generi fotografici, ma anche dell’interiorità dell’animo umano. So che subisci un particolare fascino per il concetto di “dolore”. Cosa ti affascina così tanto in questo sentimento così intimo e spesso tabù?

Il dolore è un sentimento altissimo. Tuttavia, oggi viene spesso trattato in maniera trash, con un linguaggio basso, crudo, un po’ pulp. Non riuscendo a comprenderne il motivo di questo approccio, ho cercato di ritornare a parlare del dolore -che è un sentimento che ci pervade tutti- con un linguaggio più alto, seguendo un po’ quella che è la tradizione della storia della pittura.

Giovanni Gastel

Il progetto “maschere e spettri” è un po’ la sintesi di questo concetto. La rappresentazione della trasfigurazione della bellezza. Donne bellissime che diventano fantasmi

Devo dire che la nascita della fotografia moderna e la possibilità di evolvere l’immagine dopo lo scatto all’infinito, mi hanno fortemente ispirato. Credo sia corretto dire che ho usato “maschere e spettri” per impossessarmi di questo nuovo sistema che ha cambiato e dato origine alla nuova fotografia.

Volevo uscire dall’ambito dell’elegante. Cercavo un argomento universale con cui misurarmi e il dolore è uno dei temi più trasversali dell’universo. E’ un sentimento santificante, non è solo negativo ma ha anche una sua positività. Ho cominciato misurandomi su questo pensiero. Ho iniziato facendo una prima serie di trasformazioni della stessa foto. La distanza tra le foto andate in mostra e lo scatto originale è siderale. Poi volevo fare una mostra che fosse istituzionale perché come dice Germano (Celant, ndr), bisogna mostrarsi quando c’è qualcosa da mostrare. 
Le mostre istituzionali che non hanno scopo di vendita si fanno quando c’è qualcosa di nuovo da mostrare e maschere e spettri era una cosa nuova.



Parliamo dell’immagine. Qual è il suo ruolo oggi?

Totale. L’immagine ha vinto sulla parola, su tutto. L’immagine oggi è diventata quello che forse avrebbe dovuto essere fin dall’inizio: un linguaggio universale senza barriere e io sono molto felice che non si sia mai fotografato tanto quanto oggi. Ormai ci scambiamo immagini senza alcun commento scritto.

E quanto analogico rimane nell’era del digitale?

Credo ce ne sia un’enorme parte. Trovo sia ancora necessario usare tutti gli strumenti al massimo.

Diaframma, sdoppiature. Quello che è cambiato sono le tempistiche delle scelte. Prima, le decisioni venivano prese a monte. Decidevi in precedenza la sensibilità della pellicola, la grana, gli effetti e poi scattavi. La fotografia era il risultato finale. Adesso lo scatto, anche se è fatto bene, dà origine a una base su cui iniziare il lavoro di post produzione che non è un lavoro di ritocco ma di enorme potenza creativa che può cambiare completamente il significato ad una foto.

Quindi, se ogni tecnologia è foriera di una semplificazione del processo…

Alt. Assolutamente no!!! Secondo i principi della termodinamica, la materia tende al disordine, noi compresi. Tutte le volte che cerchi di organizzare il disordine, crei più confusione di prima. 
Quindi in realtà ogni tentativo di semplificare crea solo più caos. 
Il digitale ha creato un’enorme disordine nella fotografia. Ha complicato le cose. Soprattutto nella quantità di foto scattate. Disordine e complessità. Lasciamo poi stare il problema dell’archiviazione… se vedi il mio archivio analogico è ordinatissimo. Quando guardo quello digitale invece ci sono foto ovunque. E’ decisamente caotico…

Sì, ma scattare oggi è più facile. Esiste un’indiscussa pluralità di voci. Tutti scattano. Secondo te questo è un aspetto della democratizzazione della fotografia o un impoverimento della tecnica.

Scattare una buona fotografia è facile. Scattare una bella fotografia è molto più difficile. Per fare foto del secondo tipo -belle- serve sapere elaborare l’immagine. Bisogna possedere completamente la tecnica perché è imprescindibile. Saper elaborare una fotografia è la base. Impadronirsi degli strumenti come Photoshop è molto difficile e altrettanto importante. 
Anche io ho dovuto imparare ad usarlo. Per fare una grande fotografia ci vuole il dominio di questi strumenti. Le macchine contengono un’estetica e bisogna imparare a scovare i limiti del sistema che si usa. Certo, scoprire i limiti di Photoshop non è così facile dal momento che è in continua evoluzione. Quindi per tutto il mondo è vero che è diventato più facile scattare una buona base. 
Ma fare una grandissima fotografia è diventato più difficile perché serve appunto un sistema di conoscenza in continua evoluzione. Photoshop non facilita la vita del fotografo ma la complica!
Come questi cambiamenti hanno influito sull’estetica
Non credo che il gusto sia variato, dal momento che è una cosa personale. La macchina ti porta ovunque, sta a te dominarla. L’opera dev’essere leggera. Quando tu la percepisci non devi sentire la fatica. Quando vedi una grande fotografia questa dovrebbe essere percepita come una cosa facile, impalpabile. Dovrebbe avere la leggerezza degli dei.

Quali sono i fotografi che oggi ti affascinano di più.

Ci ne sono tanti e sono numerose le cose che mi piacciono, così come sono tante quelle che non mi piacciono. Mia madre comprava riviste di moda e io ho cominciato ad amare la grande fotografia attraverso quei giornali: c’erano foto di Penn, Avedon. Diciamo che sono legato a quel modo di vedere la donna.

E quali i contemporanei che ti suscitano emozioni?

Tante cose di tanti autori che stimo molto. 
Alcune cose di Settimio Benedusi– un po’ fuori dal suo lavoro professionale, mi piacciono molto. 
Un gruppo di amici, giovani fotografi. Mi piacciono le sperimentazioni.

Quale pensi sia il rapporto della fotografia con le arti contemporanee…

Credo ci sia un’enorme utilizzo della fotografia nell’arte contemporanea. Se guardi tutto l’iter delle arti figurative contemporanee, la fotografia ha una grande influenza sull’arte. La fotografia è potentemente entrata nella storia dell’arte contemporanea e le influenze sono reciproche. Fenomeni come l’iperrealismo che ha imposto alla pittura la riproduzione della fotografia, sono interessantissimi. Gli iperrealisti hanno cercato di riprodurre la fotografia con specifiche tecniche fotografiche. Nella fotografia il fuori fuoco è un concetto negativo. E gli iperrealisti hanno cominciato a riprodurlo. 
Chuck Close è un autore che faceva polaroid di facce e poi divideva queste enormi fotografie a reticolo dipingendo solo punto chiaro e scuro senza percepire cosa stava dipingendo. Questa tecnica ha segnato un ritorno a calligrafare la fotografia su grandi dimensioni. Close è sicuramente uno degli artisti più interessanti. 
Enorme commistione tra arte contemporanea e fotografia esiste anche nella fotografia di moda, i cui autori tutto sommato sono sempre stati visti ingiustamente come i cugini ricchi e cretini della fotografia. Ma ormai anche noi (fotografi di moda) siamo presenti nei musei.

Cosa ne pensi delle altre forme di fotografia

Non credo ci sia molta differenza. Ci sono belle fotografie che superano il tempo e fotografie che restano nel tempo. Sono più gli altri a percepire una certa differenza, una separazione. Quando poi hanno iniziato a conoscerci hanno cambiato idea.


Eleganza ed equilibrio sono due belle parole ricorrenti nel tuo vocabolario. Come sei riuscito ad adattare questa tua indole in un mondo che spinge in altre direzioni?

Quando hai 20 anni sei trendy. Perché la tua generazione (quella nuova) porta sempre un’estetica fresca, diversa. Quando ne hai 30 devi scegliere. O insegui il trend -e non dò un giudizio morale in questo- o cerchi di diventare un autore. Dov’è la differenza?
 Nel mantenersi saldi al proprio universo creativo e filtrare tutti gli impulsi che derivano dalla società che cambia e introdurli all’interno del proprio mondo.
Per me l’eleganza è un valore di ordine morale e non solo estetico. Non è solo la giacchetta bella. Ma è anche il rispetto delle regole. Io prima di tutto sono un gentiluomo. A me hanno insegnato questo. E di conseguenza la mia vita -come quella di tutti- non appartiene solo a me. Ma è anche un simbolo ed ha un significato. 
L’eleganza la cerco in tutto quello che entra nel mio mondo. Le cose hanno sempre un piano di lettura elegante.


Certo però che farla emergere in un mondo che si è involgarito molto è particolarmente difficile.

Credimi non poi così tanto. La cosa che mi stupisce sempre è sapere che ci sia ancora molta richiesta e c’è una nicchia di persone che ama quello che faccio. Per me è naturale cercare l’eleganza. Questo sono io. E questo è quello che faccio. Io non penso “devo essere elegante”. Nella mia vita ammetto di aver avuto infiniti privilegi che sicuramente mi hanno condizionato.

E pensi che l’eleganza sopravviverà?

Mi auguro che alla lunga non solo sopravviva ma vinca. Lo stile è un modo di vedere tutto. E ti assicuro che piace.
 Recentemente ho fatto un numero di Glamour dove non si vede un seno, le gambe sono chiuse. E ha avuto un gradimento molto alto. Mi conforta vedere che ci sia una nicchia crescente di persone che apprezza questo stile. 
FaceBook mi piace perché mi ha dato la misura di essere apprezzato oltre gli addetti ai lavori. Vedo che per esempio quando posto foto di donne dove non si vede niente ricevo commenti tipo: sensuale, bello.
Insomma mi conforta pensare che si possa essere rispettosi nei confronti delle donne e scattare foto sensuali. 
L’eleganza è molto più sexy della volgarità. Molto più del nudo.

Qual è il tuo lavoro che hai amato di più?

Quello di domani ovviamente. Il successo è una bestia brutta. Può farti diventare uno stronzo in cinque minuti. Fin da ragazzo, (ovvero fin da quando avevo molti dubbi sulla riuscita della mia carriera) ho sempre detto agli amici: se mai dovessi cambiare un millimetro, fatemelo sapere. Non me l’hanno ancora detto.
Quello che ho fatto non certifica niente. Quello che farò è aleatorio. Quello che conta è che io ho solo oggi… che è l’unico momento che ho per dimostrare quello che so fare. Ho circa14 famiglie sulle spalle (quelle delle persone che lavorano con me) ma ti assicuro che mi preoccupo poco se mi pagano o meno. Il momento in cui decido di prendere un lavoro, devo farlo al meglio perché ho scelto di farlo.

Nella tua vita sei stato oltre che fotografo, tennista, scrittore, insomma… (domanda banale) quale altro lavoro avresti fatto se non fossi diventato un fotografo di successo

Penso che avrei potuto fare qualsiasi lavoro in ambito creativo

Categorie: dinamico o statico

Liberi tutti.

Analogico o digitale?

L’analogico non è da buttare via. Io ho lavorato a Bangkok per Polaroid che rappresentava un linguaggio che oggi non c’è più. E se non c’è più io non posso morire. La fotografia non può morire. Cambia. E con essa è cambiato il mio modo di fare fotografia. Non è che uno sia meglio dell’altro, attenzione. Dicono cose diverse. Se ci fosse la possibilità di avere due linguaggi, sarebbe bello tenere entrambi, ma certamente il futuro è del digitale. Però si può, ogni tanto, fare un’operazione archeologica, no? No limits.


Fermento o contemplazione?

Contemplazione che generi fermento. Passo la mia vita a vedere delle cose per poi rifarle nel mio mondo.
Se vedo una cosa che mi piace enormemente, non la fotografo nemmeno se ho la macchina in tasca.
La contemplo e poi penso che sia una cosa meravigliosa. Questa la rifaccio. Però è una posizione del mondo personale. Porto tutto dentro il mio mondo.
 Penso che la fotografia e l’arte in generale non debba mai parlare della realtà ma debba alludere alla realtà. Ne crea una parallela che prende spunto dalla realtà ma che poi viene traslata in simbolo. 


Questa è la grande differenza tra la fotografia di moda e il foto-giornalismo ad esempio

Questo è stato argomento di una delle ultime discussioni che ho avuto con Gabriele Basilico, il quale sosteneva una certa oggettività nei suoi scatti a Beirut. Ma la Beirut che ha visto lui l’ha vista solo lui. Ci sono una serie di scelte che un foto reporter compie: la scelta dell’inquadratura, del punto di vista, insomma scelte che generano una realtà che non è la vera realtà. Allude alla realtà ma non la rappresenta oggettivamente.
La Beirut di Gabriele (Basilico) non è la vera Beirut ma è quella che ha visto lui. Ed è sicuramente meglio perché la trasferisce tra i simboli ed è quello che la rende meravigliosa. Non è tale e quale. La fotografia non è mai tale e quale perché la vita è eterna mutazione. 
La fotografia non ha nessuna attinenza col reale. Allude al reale. Tutta. 
La vita è una sequenza ininterrotta di movimenti. La fotografia è un’istanza di morte e nono di vita. Non ha attinenza col reale. Allude. Usa il reale per trasformarlo in simbolo. E quella è la sua meraviglia. 


Trovi che la femminilità sia cambiato negli ultimi 10 anni. Quanto e in che direzione

La femminilità non è mai cambiata e non cambierà mai. Gli uomini tendono ad involgarire le donne nel peggior modo più possibile. Quindi, sta alle donne resistere. Sta a voi. Si è molto involgarito tutto e gli uomini tentano di a mascolinizzare le donne. 


Dobbiamo resistere dunque

Secondo me gli esseri umani devono avere dignità. Anche l’erotismo. C’è un erotismo dignitoso e c’è un erotismo non dignitoso. Ma sono le donne a non doverlo accettare e purtroppo c’è una categoria di donne che lo ritiene necessario per essere accettate.

 

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“Anvedi quant’è fico st’Amedeo (Modigliani)!” ovvero l’arte di insegnare l’arte (ai truzzi)

Paola Guagliumi di mestiere fa la guida turistica a Roma. Qualche tempo fa ha avuto una straordinaria idea: divulgare  la conoscenza dell’arte ad una ben nota categoria umana: quella dei truzzi. Il termine di origine nordica, per quanto ancora lontano da far la sua comparsa nei grandi vocabolari italiani, è ormai da tempo entrato a far parte del gergo giovanile, (spesso associato al più geograficamente trasversale tamarro). Il truzz è un individuo -ambosessi e di ogni età – piuttosto rozzo, non avvezzo cioè alle buone maniere e oscuro a qualsivoglia regola del galateo.

Attraverso il suo blog “L’arte spiegata ai truzzi (nel loro linguaggio)“ Paola Guagliumi avvicina, con la spontaneità tipica del gergo popolare, l’aulico discorso artistico ad un pubblico altrimenti distante da cotanta complessità.
In un’era in cui viene spesso ribadita l’importanza di spadroneggiare diversi idiomi, questa giovane romana doc propone (non senza un qualche grottesco ma ilare risultato) l’arte spogliata di quell’aura di impalpabile raffinatezza concettuale, mettendo di fatto in pratica l’antico detto secondo cui “se Maometto non va alla montagna, la montagna va da Maometto“…

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