Manuel Facchini: la mia moda tra algoritmi e jacquards

Per uno che la moda la respira da sempre tra le mura di casa, essere titolare di un marchio significa «poter esprimere senza condizionamenti la propria personalità ed essere libero di spingersi fino alle estreme conseguenze della creatività». Una scomessa certo non facile e certo non scontata nel competitivo mondo del fashion e dei buyers internazionali che non premia i nomi ma le idee dietro le collezioni. Un’ambizione importante quella di Manuel Facchini, creative designer e fondatore dell’omonimo marchio. Sfida che lui affronta ogni giorno mettendo in campo idee, determinazione e una sana voglia di indipendenza, ovvero «quella forza di tracciare la mia strada senza avere dei vincoli esterni per esprimere la mia visione, non solo quella stilistica e creativa ma anche in altre variabili».
La sua moda ha conquistato Milano ma anche i mercati internazionali e Londra che, come per il suo esordio nel 2015, ha ospitato la sua collezione primavera- estate 2017 nella prestigiosa location dell’ICA Institute of Contemporary Art. A convincere, anche il British Fashion Council, l’ininterrotto lavoro di ricerca e la deternimazione della maison italiana a voler raggiungere stagione dopo stagione obiettivi ambiziosi. E anche quella voglia di rischiare, quel coraggio di mettersi sempre in discussione che, secondo Facchini un po’ manca alla moda italiana di oggi, spesso bloccata dalla paura nei mercati, perché 
 «la creatività deve fare i conti con il mercato e non può prescindere da esso, è l’economia che lo chiede perché la moda non può essere solo un esercizio di stile ma deve vendere.» La soluzione? «Recuperare l’heritage della moda, la sua essenza ma “sporcata” dalla contemporaneità in cui viviamo». Questi gli ingredienti per creare una creatività “intelligente” che non prescinde dalle origini, ma le plasma a suo uso e consumo come voglio fare io con la mia linea e riesce, al contempo, ad essere appetibile per il mercato. Popdam lo ha incontrato per parlare di moda, ma anche archietettura, arte e contaminazioni.
L’estetica delle tue collezioni (quelle del brand che porta il suo nome) viene descritta come “neo-gotica”. Trovi che questa definizione sia coerente con le tue intenzioni?
Assolutamente. La mia è una moda con riferimenti architettonici in una estetica neo-gotica, con tecniche di taglio e tessuti che portano a ripensare il corpo in una visione del tutto contemporanea. Il gotico, inteso come rigore, si contrappone alla leggerezza super femminile e vive e si rinnova con geometrie e grafismi in 3D al limite dell’high tech e dell’architettura. Inoltre il fil rouge dell’estetica delle mie collezioni è costituito dalle atmosfere rock e gotiche rintracciabili nelle stampe e nei motivi grafici intensi e originali che costituiscono una delle mie grandi passioni e che si declinano in tutti i miei capi.
Nella collezione FW 16/17 hai conciliare la complessa delicatezza scultorea di Richard Sweeney il cui lavoro parte spesso da un righello, un taglierino e da semplici pieghe su fogli di carta con il lavoro algoritmico e ultra tecnologico di Hansmeyer?
Contrapposizione e sincretismo sono i due poli che riassumono, da sempre, la mia cifra stilistica: partire da elementi apparentemente contrastanti e inconciliabili e fonderli in un unicum è il punto di partenza di ogni mia ispirazione. Contaminazione è la parola chiave che, grazie a rivisitazioni concettuali e grafiche, realizza la magia. A monte ci sono la voglia di sperimentare e il desiderio di misurarsi con mondi nuovi radicata da sempre nel mio approccio e che appartengono al mio DNA.
Quali caratteristiche del lavoro dei due artisti hai riassunto nella collezione?
La forza dell’arte che si unisce e si contamina nell’architettura: questa la sintesiCon la mia collezione ho voluto scomporre e armonizzare i contrasti unendo l’ars scultorea cinetica, 3D e flessuosa di Richard Sweeney alle architetture gotiche e algoritmiche di Michael Hansmeyer, all’insegna di un arty-gianato spaziale.
Che tipo di donna veste Manuel Facchini?
La mia donna è sempre capace di riassumere il mio stile, fatto di sperimentazione, di conciliazione degli opposti e di una visione sincretica della realtà. Il tutto con uno stile innovativo e pratico, riletto da un lessico sperimentale. Le mie collezioni sono dedicate a una donna contemporanea, dall’attitudine giovane, dal carattere deciso e brillante; una donna cosmopolita, esigente e sempre aperta a nuovi stimoli culturali ed estetici che vuole vedere tradotto tutto ciò in collezioni femminili ricercate e raffinate.
Che senso ha la parola “contrapposizioni”? Rigidità e morbidezza sono due opposti complementari… In fin dei conti non è forse vero che proprio dalle pieghe di una superficie liscia si creano forme inaspettate?
Tutto nasce dalla contrapposizione e da un gioco di contrasti che, portando all’estremo i caratteri apparentemente opposti delle ispirazioni, riesce a riassumerli in temi quasi agli antipodi. Tutto e il contrario di tutto: le differenze si annullano e si trovano nel punto massimo di contrasto dove la contaminazione e la fusione tra universi apparentemente lontani si uniscono in un gioco di contrapposizione per diventare stile.
Le tue sfilate sembrano dei fashionlab, (sulla scorta dei più noti fab lab) ovvero dei laboratori di moda artigial-digitale. Qual è la tua idea di innovazione applicata alla moda?
La mia linea è capace di riassumere la mia cifra stilistica fatta di sperimentazione, di  conciliazione degli opposti e di una visione sincretica della realtà con uno stile innovativo e pratico, riletto da un lessico sperimentale. Uno stile da giocare senza limiti come si conviene all’arte, proprio perché penso che la moda sia arte e che debba rispettare solo le sue regole e innovarsi continuamente.
Hansmeyer sostiene che, con l’uso delle nuove tecnologie in futuro non sarà più necessario (per un architetto) progettare l’oggetto, ma il suo lavoro sarà concentrato sul processo che lo genera. Pensi che una cosa simile sarà possibile anche nel mondo della moda (semper attraverso l’uso delle tecnologie)?
In realtà è già cosi. La tecnologia rappresenta una parte fondamentale del processo creativo. Lo schizzo è solo l’idea, non nasce più solo dall’istinto creativo ma è il frutto di una tecnologia studiata, segue le stesse dinamiche di un architetto industriale che mette insieme un progetto.
Quali sono le lezioni più importanti che hai imparato dai tuoi studi (al Central Saint Martins College of Art and Design di Londra) e dalla tua esperienza professionale precedente?
La cosa più importante che mi hanno insegnato al Central Saint Martins College of Art and Design di Londra, dove ho studiato moda, è stata quanto sia fondamentale assumersi la responsabilità di quello che si pensa, di quello che si crea e di quello che si è. Ricordo poi la forza innovativa di Londra e la sua energia, con una realtà molto affine a me: è una città cosmopolita, fa dell’innovazione e del meltin’ pot tra culture diverse, la propria direttrice di crescita. La St Martins è stata la scuola dei designer visionari, da sempre mio riferimento, quali John Galliano e Alexander McQueen, che hanno cambiato la storia della moda, e studiare in quell’Istituto prestigioso per me equivaleva – ed equivale- a interiorizzare e a rendere concreta la stessa ispirazione che ha mosso anche loro. A questo aggiungo il valore del made in Italy che ho appreso nella mia esperienza, che significa coniugare la creatività che deriva dall’esperienza e dalla crescita culturale e professionale con un’artigianalità tipicamente italiana, in cui noi siamo maestri.

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Meglio perir di ferro che di forca

Meglio perir di ferro che di forca_ Cattaneo live 5 giornate

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ANGELOS BRATIS: craftsman of dreams

Nel 2011, il giornalista di Vougue Mark Holgate ti ha definito “Un interessante manipolatore di abiti” Ti riconosci in questa definizione? Si, Assolutamente, i miei vestiti sono fatti per essere indossati. Lo dico sempre: non sono mai fatti per i giornalisti o per la stampa, sono fatti per le donne che vogliono uscire fuori.
Le mani di Angelo Bratis abili e sicure, accarezzano e scorrono veloci su stoffe e tessuti con sapiente
disinvoltura. La sua è una gestualità che incanta. Movimenti decisi che definiscono la bellezza quale frutto dell’abilità dell’uomo di trasformare un pensiero, creato con la mente, in qualcosa di unico, realizzandolo con le mani.
Angelos Bratis, classe 1979, giovane e già affermato stilista di origini greche formatosi nell’ampio respiro europeo è creatore di abiti dalle linee sinuose intrisi di femminilità ed eleganza realizzati con la tecnica del muolage ovvero la lavorazione del tessuto direttamente su manichino. Capi semplici solo all’apparenza, caratterizzati da una raffinata complessità che ne diviene marchio di fabbrica.
Così, nell’arco del suo palmo e nel movimento della sua falange sta il segreto del lavoro di questo artigiano di sogni. Bratis è un uomo piacevole e raffinato, ed incontrandolo, scopro anche pragmatico. Le sue risposte alle mie domande sono come i suoi vestiti: accurate ma essenziali. Senza sbavature e merletti. Non ama perdersi in chiacchiere o infarcire discorsi di concetti astratti. Cresciuto nella sartoria della madre, circondato da donne, Angelos non ha scelto di fare lo stilista. La professione è stata una conseguenza naturale delle sue inclinazioni e del suo talento, accresciuto negli anni e nel tempo confermato da continui successi. Giunto agli onori della cronaca nel 2011, con la vittoria del “Who Is On Next ?” progetto di scouting di talenti della moda organizzato da Altaroma e Vogue Italia, su di Angelos ha puntato l’occhio anche Giorgio Armani, che quest’ anno lo ha voluto ospite del suo Armani/Teatro di via Borgonuovo a Milano per presentare la sua collezione donna Primavera – Estate 2015.
Abilità innate, impossibili da apprendere e che il tempo e lo studio possono solo affinare.
Così per Bratis la moda. E’ una questione di sangue, come mi racconta lui stesso….

Cos’è la femminilità per te e come la rappresenti nei tuoi abiti?
Femminilità come concetto? Non lo so. Non ci ho mai pensato. Io vengo da una famiglia matriarcale dove sono le donne a comandare tutto. A partire da mia nonna. Sono cresciuto tra le donne e le donne per me non sono oggetti sessuali. Io penso alle donne come madri, amanti, sorelle, nonne. Allora non so darti una definizione di femminilità…Per me le donne sono un universo. Tu, per esempio, in questo momento per me sei molto femminile (conduco questa intervista incinta di otto mesi e mezzo). La femminilità è una cosa complessa…
E l’eleganza?
Anche questo è un concetto difficile da definire.
Difficile da definire e fluido come i tuoi abiti?
Esatto. Non è in effetti un caso che i miei abiti prendano la forma del corpo della donna e non il contrario. Normalmente tu entri nel vestito. Con i miei abiti invece è il vestito a prendere la forma del corpo.
Qual è l’oggetto più sensuale che una donna possa indossare?
Beh, direi le scarpe. Amo le scarpe alte, ma rigorosamente senza plateau.
Come credi sia cambiato il tuo lavoro con il tempo?
E’ diventato più particolare, ho iniziato con cose molto semplici. A me piace molto lavorare.
Io sono molto manuale. Non avendo l’esperienza provavo sempre cose da solo. Lavorando, queste cose sono diventate sempre più complicate. Trovando però la strada dentro il lavoro.
Se dovessi descrivere le tue collezioni in base cronologica – dalla prima all’ultima- quale evoluzione pensi abbia avuto il tuo pensiero..

Guardando le mie collezioni io vedo sempre la stessa cosa evoluta tecnicamente, raffinata e accresciuta nei dettagli, ma se si guardano i vestiti che ho disegnato quando avevo 18 anni, avrebbero potuto anche essere inseriti nella collezione di adesso. In un certo senso ho sempre avuto lo stesso stile.
A me piace tanto lavorare con i limiti e mettere limiti a me stesso. Se ho un metro e mezzo di tessuto di questa altezza, è da qui, da questo pezzo che deve arrivare il vestito.
Anche perchè se mi lasci libero, come quel capo (indica u n a capo della sua n u o v a collezione, ndr) ha 12 metri di tessuto dentro…e ovviamente avrà un costo molto alto e una tecnica difficile. Uno che è molto tecnico come me ha molta facilità a fare cose difficili per convincere la gente di essere bravo. Però queste cose non mi accontentano. Preferisco le cose più naturali, che non vuol dire semplici, ma più naturali.
Capi che diano l’impressione di essere nati da soli… con magari un drappeggio, una cucitura “non scontata”
Cosa intendi?
Intendo cuciture posizionate in un punto che non è quello che ci si aspetterebbe.. per esempio io non applico cuciture ai fianchi, che è una cosa che molti laboratori fanno. E questa è un po’ la mia magia.. ma già sto dicendo troppo…
Hai iniziato gli studi di moda ad Atene e successivamente ti sei spostato al Fashion Institute Arnhem, di Amsterdam. Due paesi molto diversi, la Grecia e l’Olanda, per storia e attitudini culturali. Cosa ha rappresentato nel tuo percorso professionale la differenza nell’approccio al fashion dei due paesi?
Sicuramente è stata una battaglia. Quando arrivai al “Fashion Institute Arnhem” di Amsterdam ero il primo studente internazionale. La linea seguita dal corpo accademico all’istituto era molto concettuale. Così, appena arrivato mi chiesero quale fosse “il mio concept ”. Io risposi “la bellezza”. E credo sia ancora vero oggi. Non mi interessa creare cose assurde. Io voglio fare cose femminili e belle. E in questo c’è sempre stato un conflitto. La verità però è che io sono una persona molto logica. Anche nei miei abiti c’è una logica e una matematica in virtù della quale non puoi spostare nulla, perché altrimenti cade tutto il discorso. Io uso la tecnica del mul ang e che ho imparato ad Amsterdam e che ha aperto il mio mondo.
L’esperienza olandese ha quindi permesso alla tua logica di trovare una propria espressione?
Si. E devo anche dire che sono stato molto fortunato perchè Angelique Westerhof, direttrice del Fashion Institute Arnhem è stata anche una mia sorella, madre, amica. Ho disegnato il suo abito da sposa, sono il padrino del suo bambino. Anche se olandese è molto mediterranea. Alla fine c’è sempre qualche donna accanto a me.
Nei tuoi vestiti però c’è un chiaro richiamo all’arte classica e quindi alla Grecia?
E’ vero ma non è voluto. E’ un istinto che diciamo esce fuori spontaneamente ma che in ultima analisi non c’entra. Se infatti vedi la struttura degli abiti capisci che non c’entra niente. Deriva completamente da un altro pensiero. In effetti lo dicono tutti e gli stessi buyer spesso dicono “noi vogliamo vestiti che richiamano la Grecia, che è quello più vicino a te”.
Tu sei cresciuto in una sartoria, questo ti ha permesso di sviluppare un approccio personale al fashion?
Si! Ma non è stata una scelta. Ero molto affascinato dal lavoro di mia madre. Poi ricordo che ero piccolissimo e tutti i suoi clienti chiedevano a me come era un vestito e io rispondevo “no, la vita deve andare più su, dov ete mettere le spalle più dentro,… perché non fate un contrasto di fodera,… perché non provate un altro tessuto… ” e loro seguivano sempre i miei consigli.
Cosa ti influenza maggiormente nella creazione delle tue collezioni?
Ogni cosa. Normalmente ad influenzarmi maggiormente sono i sentimenti. Anche per
quanto riguarda i colori: sono molto sensibile ai colori quindi quando vedi molto nero nelle
mie collezioni non sono molto in forma…
Invece la collezione che hai presentato a Milano all’Armani/Teatro lo scorso settembre è ricca di colori …
Si certo! (sorride, ndr). E questo significa che va tutto bene, oltre ovviamente al fatto che sento l’estate molto più mia dell’inverno.
Essere selezionato da Giorgio Armani è stata una grande responsabilità e un grande stress. Come lo hai gestito?

Beh, lo stress c’è ovviamente e più delle altre volte anche perché tutta la stampa in questo momento è concentrata su chi è lui, cosa fa, però io la prendo come una bella sfida…
Ok, ora c’è questa attenzione della stampa, vorrei che queste persone conoscessero chi sono io e cosa faccio. Ho quindi deciso di fare solo abiti corti, lunghi e caftani, e nessun capo spalla, nessun pantalone. Abiti per ogni tipo di corpo. E farlo più concentrato possibile, tagli sbiechi. Anche riproporre, in maniera più complessa e nuova, cose che ho fatto in passato per far capire in chiaro che cos’è Angelos Bratis.
Come è nata la collezione?
Beh, per la collezione estate donna 2015 mi sono ispirato al lavoro dell’artista greco Yannis
Moralis (pittore greco tra i più importanti dell’arte greca contemporanea, dopo aver fondato il gruppo Armos nel secondo dopoguerra, si dedicò successivamente a una severa pittura geometrica ispirata al costruttivismo e al Bauhaus, ndr), che era della scuola anni ’30. Mi sono ispirato ai lavori che ha fatto per diversi architetti, come per l’Hilton di Atene, alla facciata di marmo tagliato. Moralis nell’ ultima parte della sua carriera era giunto ad uno stile molto minimalista in cui rappresentava posizioni erotiche in modo lineare, Linee dritte e mezze curve. Tutta la mia pallet di colori arriva dai suoi dipinti, agli anni ’40/ ’60 in cui lavorava con colori pastello sporchi.
Hai quindi deciso di giocare “in casa”…
…ma anche di farlo in modo molto concentrato. Tutto è fluido, tutto è in movimento. Tutto è
light e le combinazioni di colori sono particolari. C’è tanta geometria, tanta matematica, e si: tanta Grecia… Ho deciso di mettere tutti i miei codici (sono 10 anni che lavoro) dentro questa collezione e farla come un fil rouge…
Quali tessuti hai scelto?
Ho usato tre basi: crêpe de chine, un cady di stretch di seta e un tulle di seta, quello che usa Hermes per i suoi foulard. Ho stampato enormi foulard, 1.70×1.40 con bordi blu in edizione limitata.
E come sempre hai usato tanto Moulage. Ma cosa significa lavorare al Moulage…
Lavorare al Moulage significa darsi tanto ma tanto da fare per scoprire ogni volta cose nuove. E’ una tecnica di lavorazione tale per cui io parto dal tessuto e dal manichino.
Ragioni subito in tridimensionalità?
Si, io lavoro molto come uno scultore.
E questo è sicuramente diverso rispetto al modo di lavorare tipico di uno stilista?
Beh, questo in effetti è più il lavoro di un modellista e di un couturier. L’unico stilista che fa questo lavoro è Azzedine Alaïa e Roland Mouret. Non ce ne sono altri. Galliano poi è il Dio del Moulage…

Intervista realizzata e pubblicata su PopDam, rivista di fotografia e moda

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Alice Tamburini: il minimalismo che aggredisce la materia

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La moda per Alice Tamburini è sinonimo di ricerca e sperimentazione.
Le sue collezioni sono pièce che “vanno messe in scena”. Il suo linguaggio la materia.
Sono questi gli elementi che descrivono l’identità stilistica di Alice, giovane architetto del paesaggio riminese di nascita ma milanese di azione, che nel 2011 ha dato vita al brand che porta il suo nome e che in meno di quattro anni ha già conquistato un posto di rilievo nel fashion italiano conosciuto nel mondo..

Intervista pubblicata su Popdam (Issue 10, giugno 2015)

Issue 10 | PopDam Magazine | Popdam Magazine

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L’information positive: le nouveau souffle du journalisme?

Giornalismo costruttivo e giornalismo positivo…
Ne parla Etienne Tellier in un interessante articolo sulle pagine di bluewin.ch

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Raccomandato a chi volesse esercitare il proprio francese…

En tant que déléguée du CICR, Isabelle Bourgeois a été dépêchée dans les zones de conflits les plus brûlants de la planète: le Kosovo, l’Ethiopie, l’Iran, l’Irak… Des années éprouvantes, dont elle garde pourtant de bons souvenirs: “Dans mes missions humanitaires, nous confie-t-elle, j’ai vu beaucoup plus d’élans de solidarité et de générosité que d’actes barbares isolés, cependant largement relayés par la presse sur toutes les chaînes!” A croire que les médias “oublient” délibérément tous ces gestes porteurs d’espoir.
Continua a leggere sul sito bluewin

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Il selfie di Renzi al Parlamento europeo

Per ora sono solo parole, si. Ma incoraggianti e responsabili. Parole che alzano in piedi un’aula e che piacciono.
Le sue parole fanno bene al nostro Paese (TUTTO) oggi chiamato ad un ruolo più responsabile in un’Europa dal volto stanco e rammaricato. Parole che ci rimettono sulla strada della credibilità, a lungo perduta. .. osserveremo criticamente l’operato del premier, tanto in corso d’opera quanto a fine lavori; ma chi oggi si lascia andare al sarcasmo, guarda più agli interessi di casa propria che ad un disegno comunitario.

Se oggi l’Europa si scattasse un selfie, che immagine verrebbe fuori?” E’ questa la domanda che il premier Matteo Renzi ha rivolto ai membri del Parlamento europeo, riuniti in sessione plenaria per il discorso di insediamento dell’Italia alla Presidenza del Consiglio d’EuropaDall’immagine di un volto stanco, rassegnato e annoiato parte la speranza di Renzi per un nuovo inizio europeo. Una volontà e un impegno necessari per dare  slancio al progetto europeo.

Così, davanti ad un Parlamento attento alle sue parole il premier ha presentato il documento “Europa un nuovo inizio” ovvero il programma che definisce l’agenda italiana alla Presidenza del Consiglio dell’Unione europea nel semestre appena iniziato (1 luglio) e che si concluderà il 31 dicembre 2014.
Il cambiamento di cui parla il premier è dipinto nei visi e scolpito negli animi di tutti i cittadini dei 28 Stati membri della UE…
(Continua a leggere su buonenotizie.it)

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Venezia: la Laguna celebra l’amore con un bocciolo di rosa

Bocciolo di rosa a Venezia, l'amore in LagunaCosa rende Venezia una città unica? Certo, il romanticismo dei suoi canali e delle Calle, la sontuosità nei decori dei palazzi, la particolarità delle gondole e il folclore dei gondolieri, ma soprattuto l’intricato snodo di racconti e leggende legate agli usi e ai costumi degli abitanti di una delle Città più famose ed invidiate del mondo, per Secoli tra le più raffinate avanguardie d’Europa in ambito artistico, letterario e architettonico.
Narrazioni storiche e politiche che si mescolano a sublimi storie d’amore, di gelosia, di seduzione nate a filo d’acqua nella Serenissima. Una tra le più belle e struggenti, ancora oggi celebrata è quella tra la nobil donna Maria Partecipazio e Tancredi. La leggenda narra che nella Venezia 
dell’VIII sec,  Maria Partecipazio, figlia diletta del futuro Doge, si invaghì perdutamente di Tancredi, bello e arguto poeta. Purtroppo però, il travolgente amore sbocciato tra i due giovani era molto osteggiato dal padre di lei, restio a dare la figlia in sposa al giovane. La ragazza allora, credendo di trovare una soluzione all’ostinato diniego del padre nella gloria delle gesta belliche, suggerì all’amato di arruolarsi in Spagna  contro gli arabi. Disperato e pronto a tutto e con il cuore pieno di speranza, il giovane Tancredi partì per la guerra. Spinto dalla determinazione dell’amore, il giovane si distinse per coraggio e abilità su molti campi di battaglia. La fama delle sue gesta gloriose si sparse ben presto per il mondo e nella stessa Venezia, finché un giorno, la gloria lasciò il passo ad altre e ben più tristi nuove. Il compito di diffonderle fu affidato ad un gruppo di cavalieri Franchi guidati dal celebre Orlando. Il gruppo, giunto a Venezia, chiese di Maria. Rattristati le annunziarono la perdita del valoroso combattente. Le raccontarono che, ferito a morte in battaglia a Roncisvalle, Tancredi morente su di un campo di rose,  prima di spirare aveva colto un fiore e aveva pregato Orlando di volerlo portare alla sua amata. E questo egli fece. Maria ascoltò il racconto e al termine dello stesso le consegnò una rosa tinta del suo sangue. Il giorno dopo,  ricorreva la festa di San Marco. La città era in giubilo ma non ovviamente  la giovane, che fu trovata morta quello stesso giorno con l’insanguinato fiore sul cuore. Da questa storia di amore trae origine la tradizione di celebrare il patrono di Venezia a San Marco con un fiore – una rosa rossa – che da secoli ogni veneziano regala il 25 aprile alla donna amata.
Quest’anno, grazie all’iniziativa dell’artista veneziana Elena Tagliapietra e dello scrittore Alberto Toso Fei, la ricorrenza è stata celebrata con un  enorme bocciolo di rosa vivente, formato cioè da un nutrito gruppo di circa 1200 volontari che in piazza San Marco hanno composto il fiore in un grande quadro vivente. La performance degli artisti  rientra nell’ambito del progetto ‘Venezia Rivelata‘, ideato da Toso Fei e Tagliapietra: tredici appuntamenti in un biennio in altrettanti luoghi della citta’, fatti del racconto delle tradizioni e degli aneddoti legati al passato della Serenissima e accompagnati da performance artistiche ogni volta diverse.

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